Doveva solo amarlo. Sì, amarlo

Quando Moreno uscì da quella porta sentì lo stomaco fargli male. Come se avesse ricevuto un cazzotto. Gli mancò il respiro per un attimo e si piegò in due. Era come se stesso morendo, o almeno questa era la sensazione che provava. Se non avesse ricominciato a respirare entro tre secondi, sarebbe davvero stramazzato al suolo. Ce la mise tutta, Moreno. Emetteva dei sordi rantoli. Poi finalmente iniziò a pigliare aria e a buttarla fuori. Si stava riprendendo. Tutt’a un tratto si toccò il naso. Un rivolo di sangue gli colava sulle labbra.A occhi chiusi provò a ricordare. Niente. Non ricordava proprio niente. Il vuoto più assoluto. Non potevano essere stati quei due, si disse poi. A quelli non fregava niente se lui era un rotto in culo, né tanto meno se era lì per rimorchiare. A quelli fregava solo farsi fare una pompa ogni tanto in cambio della roba.

Sentiva il naso gonfio e tumefatto. Si girò intorno. Era solo. Non c’era nessuno per strada a quell’ora della notte.
“E va bene, andate tutti a farvi fottere!” urlò all’improvviso, con tutto il fiato che aveva in corpo.

Iniziò a camminare. Una pedata e una strusciata, una dopo l’altra e poi ancora. Era stanco, Moreno. Dannatamente stanco. Però doveva arrivare alla macchina. Già, la macchina… Dove cazzo l’aveva lasciata? E la chiave? Se erano stati proprio quei due? E se adesso li incontrava? Di sicuro era stanco. Come sarebbe stato bello addormentarsi e svegliarsi il giorno dopo, scoprendo che era un altro di quei fottutissimi sogni, pensò Moreno alla fine di tutto.
Le gambe gli si piegavano. Era sudato e puzzava di birra. Come sempre ne aveva bevuta troppa. Ultimamente non faceva altro che ubriacarsi quando usciva la notte. Appoggiò la testa contro il muro. Sarebbe riuscito a dormire in piedi, come i cavalli, ne era sicuro. Addossato a quel muro, le palpebre gli pesavano. Si lasciò andare. E scivolò sul marciapiede.

Quando il mattino dopo si svegliò nel letto, aveva un fottutissimo mal di testa. Di quelli che ti spaccano in due. Si girò molto lentamente. Riconobbe la figura di Lella che gli dormiva accanto. E questo lo tranquillizzò. Anche se per i primi venti secondi non sentì nulla. Solo l’enorme, incolmabile solito vuoto del risveglio. Guardò l’orologio al polso. Le dodici e quaranta.
In quel momento sentì la mano di Lella sfiorarlo. Poi Lella l’aveva fissato con quegli occhi che quando ce li hai addosso sembra che ti stiano scrutando l’anima.
Quanto lo amava, Lella. Neanche lei sapeva esattamente quanto. Era un amore doloroso, però, di quelli che fanno male. Un amore che le intossicava ogni istante e non l’abbandonava mai, con cui Lella aveva imparato a convivere ma che sperava potesse finire il giorno in cui lui l’avesse amata. Sì, l’avesse amata.
E’ che Moreno non riusciva ad amare. Tra lui e gli altri doveva mettere almeno un oceano. Lella lo sapeva bene. Allora perché continuava a restare, a rovinarsi l’esistenza? Perché Lella l’amava davvero! Ed era proprio a questo che adesso stava pensando, mentre fissava Moreno con quegli occhi che quando ce li hai addosso sembra che ti stiano scrutando l’anima.

“Che cavolo ti è successo?” indagò Lella.
“Perché?” rispose Moreno. Poi si stropicciò gli occhi.
“E’ tutto sempre così maledettamente facile per te?” proseguì Lella.
“Sì… credo di sì”.
“Quanto sei stronzo, Moreno”.
“Okay” si limitò a rispondere.

Allora si guardarono. Si guardarono un po’. E Lella pensò che non aveva mai visto, in tutta la sua vita, qualcosa di più bello di quel ragazzo. Pensò che era uno scandalo permettere che si bruciasse in quel modo.

-“Ehi, ti ricordi la prima volta, quando lo abbiamo fatto?” riprese Moreno, quasi leggendoglielo dentro.
Lella fece segno di sì con la testa.
“Dio che bello, con addosso perfino una gran voglia di ridere…” continuò Moreno, “senza sapere perché, ma sapendo che era bello, era tutto dannatamente bello”.
“Veramente?”
“Veramente! Siamo stati insieme per un mese senza quasi uscire mai di casa. Te lo ricordi?”

Nello stesso istante in cui Moreno disse quella cosa, Lella si rese conto che lui parlava in un modo che non era il solito; cui lei perlomeno non era abituata. E adesso, che lei era lì a cercare le parole fissandolo negli occhi, sentiva una gran voglia di fare l’amore. Questo non l’aiutava di certo a capire. Sembrava tutto così complicato, così lontano, irraggiungibile… Tutt’a un tratto smise di fissarlo e si girò, visibilmente turbata.

“Perché hai sentito il bisogno di farlo di nuovo?” chiese Lella, sottovoce. Come se le parole uscissero a fatica.
“E’ una storia come un’altra…” rispose Moreno, quasi distratto. Si fermò e ci fu un attimo di silenzio. “Una storia come un’altra, niente più”.

Lella aveva paura di sapere, ma anche paura di non sapere, che Moreno smettesse di raccontare e si chiudesse nei suoi silenzi angoscianti, paura che si umiliassero, insomma Lella aveva paura di perderlo.
“Mi ami?” domandò Lella quasi subito, aggrottando le sopracciglia come se si sforzasse di non piangere.

Moreno non rispose. Rimase in silenzio per un momento, di quelli interminabili per Lella. All’improvviso Moreno si chinò verso di lei e sorrise con complicità. Dopo gli morsicò leggermente la coscia. Poi gli baciò la spalla e con la punta dell’indice della mano destra gli tracciò una linea lungo la colonna vertebrale. Lella emise un piccolo gemito e si stiracchiò.
“No, per favore…” mormorò.
Moreno proseguì e scese con il dito sempre più giù.
“Fermati” disse sempre Lella, sottovoce. Quasi volesse supplicarlo del contrario.
Moreno cominciò intanto a disegnargli dei cerchi intorno all’ombelico.
“Moreno…” sussurrò Lella. Poi disse tra i denti cercando di alzarsi: “Non sai quanto ti amo, stronzo!”
Moreno la fece ricadere sul letto. Lottarono per un po’.
“Lasciami!” ordinò a bassa voce Lella.
Moreno le liberò i polsi e stettero lì, in silenzio, a fissare il soffitto per qualche minuto. Dopo Moreno si girò di scatto verso di lei.
“Io non posso vivere senza te” le disse. “Ne abbiamo bisogno tutti e due.”

Lella si sentì tremendamente stanca. Non c’era altra via di fuga che dargli di nuovo credito. Solo cancellando il passato poteva ricominciare. Ma Lella era anche stufa di colpi di spugna. Eppure mai come in quel momento doveva amare Moreno e avere fiducia in lui. Per quanto le facesse male, doveva ancora una volta incassare il colpo, accettare con umiltà che lui racchiudeva dei misteri ai quali non poteva accedere. Doveva smetterla. Almeno tentare di farlo. Doveva solo amarlo. Sì, amarlo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...