Metafora (11)

Giacomo aveva da poco finito di scrivere la mail, e già sentiva in cuor suo quel senso di malessere che lo coglieva così all’improvviso salirgli piano dal fondo dello stomaco e strozzarsi là in gola, come un rigurgito improvviso.
Mandò giù un po’ di saliva. Prese il pacchetto di Winston, sfilò con le labbra una sigaretta e l’accese. Il tutto avvenne con una lentezza incredibile. Le pupille erano rosse. Ebbe un gesto improvviso di ripulsa.

Rilesse la mail dall’inizio. Adesso il cuore era una parte indipendente del suo corpo, che non solo non riusciva a controllare ma neppure a capire.
Rimase un istante fermo su quella parola che sembrava catturare la sua attenzione più delle altre. Provò a pronunciarla a voce alta, ma non riuscì. Percorse allora con lo sguardo l’email fino alla frase successiva. Niente. Neppure un minimo inizio di voce.

Iniziava invece a provare un senso di gelo, nonostante la temperatura eccessiva della stanza. Anche la pelle aveva perso lucentezza e colore: era bluastra, e non solo per la luce del monitor. Era come se un urlo sordo e improvviso prendesse a squarciare il silenzio della propria anima, e particolari di sé si concretizzassero sul monitor sostituendosi man mano alle parole nella mail.

Lui non poteva capire. Però sentiva in quel momento, che a quel punto non poteva fare altro: inviare quella mail sembrava essere diventato l’unico scopo della sua vita.

Nel frattempo il battito affannato del suo cuore scandiva il tempo che rimaneva. Un secondo, un altro e un altro ancora, e poi di nuovo un altro e un altro ancora… Afferrò il mouse, e cliccò su “invia”.

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