Improvvisamente, quasi annunciato

Quando lui aprì gli occhi in quel letto d’ospedale era appena l’alba. La luce del sole, che filtrava dall’unica finestra non oscurata dalla tapparella di metallo e insolita nella forma da sembrare l’oblò di una nave, lo rincuorava di essere chiuso in quella stanza. Gli dava il calore necessario. Intanto un singhiozzo gli era salito in gola e chiuse gli occhi di nuovo. È assurdo tutto questo, si disse. Come assurdo era che lui, nel pieno della sua maturità di uomo inoffensivo – un tipo che parlava al suo cane e che amava lasciarsi afferrare per le braccia dal tempo – si sentisse ormai non più su questa terra. Il cuore aveva preso a battere in modo irregolare, gli era sembrato che la stanza avesse iniziato a roteare, l’aria lo risucchiasse, come impazzita nella sua fredda asetticità.
All’improvviso – a lui succedeva spesso nei momenti di sconforto e di abbandono dalla realtà – gli vennero alla mente parole che aveva letto o sentite da qualche parte; ma non si ricordava bene dove né quando e soprattutto chi le avesse scritte o dette. E forse c’entravano poco con quello che lui stava provando in quei momenti sulla sua pelle.

“Senza tono si spande, la liturgia del quotidiano.
Manca il gusto del vero,
langue il reale, cedendo il passo al mito.
Senza forza, vagano lascive idee atrofizzate.
Serve intenzionalità, pathos e coerenza,
vedere chiaro, uscire senza anestetico,
aprire l’occhio, schiudere il pensiero.
In una parola: agire!”

Quando rinvenne a fatica da quella sorta di rapimento dalla realtà, lui ebbe un flash. Secco e abbagliante. Di quelli che si traducono in un coinvolgente gioco di distanze e avvicinamenti, di nuove illusioni e nuove incertezze. Quel senso di appartenenza che sembrava evocargli possesso diventò in realtà una feroce e ironica scorciatoia verso la distruzione, una certezza mozzafiato: a renderlo così era stato il ragazzo che lui amava.
Fu allora che il cellulare aveva suonato.
Sul display c’era il suo nome. Proprio lui, la ragione della propria vita, il ragazzo per il quale aveva sviluppato e nutrito una passione travolgente.
Eppure adesso provava una irresistibile quanto sfrenata sensazione di rabbia e di impotenza. Allo stesso tempo, qualcosa di misto a disgusto.
Allora non volle rispondere.

Quando sentiva la voce del suo ragazzo, quell’uomo perdeva la lucidità e diventava vulnerabile; con una diversa disposizione d’animo, altre volte invece dava spazio alla sua aggressività. E sentiva la voce trasformarsi in una sorta di nirvana che lui desiderava ardentemente accogliere dentro di sé. In qualche modo, anche se passivamente, altre volte ancora provava la spiacevole sensazione di essere uno stronzo, anche se di diverso genere. Di quale genere, però, non lo sapeva esattamente neppure lui. Forse era solo, nonostante l’irreparabile, un uomo ancora dannatamente innamorato.
Ma adesso non aveva voglia di ammetterlo!

* * *

Quando lui aprì gli occhi per la seconda volta in quel letto d’ospedale era quasi mezzogiorno. Di là dai vetri non c’era più il sole e le nubi avevano preso il suo posto. Tutto sembrava giocargli contro, anche il calore della poca luce che prima filtrava dall’oblò.
Allora si rese improvvisamente conto di come una parte considerevole della sua vita – quella che riguardava i due figli, il lavoro, i pochi amici – si sarebbe potuta modificare fino ad abbracciare essa stessa la solitudine.
E la sensazione che lui provava in quella fredda stanza di corsia, in quel bianco letto d’ospedale, era adesso quella di voler scomparire per la vergogna nelle fitte pagine dei suoi testi e una volta ancora – forse l’ultima – cogliere in questo la tempra libertaria del suo scrivere. Il rifugio di ogni tabù, l’intolleranza degli eufemismi, il disprezzo per la verginità imposta dalla morale corrente, il bisogno di sesso disinibito, la voglia di legittimare un suo modo di sentire controcorrente. E ancora la follia, i pensieri suicidi e poi le esigenze specifiche del suo essere maschio, col suo fluido vitale e l’ossessivo bisogno di possedere.
Si chiese come difendersi da un cecchino pronto a colpire; quel tiratore scelto capace di generare ancora incubi nefasti e distruzione. Il timore della morte diventava ossessivo e si espandeva dal corpo per arrivare al centro della sua mente sino all’inverosimile.
– È tutto un bluff? – si domandò all’improvviso, scoprendosi trafelato nel buio infido dei suoi pensieri.
– Signore, dammi la forza di perdonare…
– Ma non subito! – gli scappò detto a voce alta.
Si guardarono per un attimo, un impercettibile scambio di sguardi, lui e l’infermiere di turno mentre gli infilava in vena l’ago dell’ennesima flebo.
In quello che gli stava succedendo, in quel momento lui si sentì esposto anche al grottesco e allo scandalo: vide tutta la sua vita bruciata in pochi istanti.

Il mito era in fondo un ragazzo malato di aids.
E la classica struttura del romanzo d’amore, ispirata alla triade di hegeliana memoria – innamoramento, ostacolo, coronamento dell’amore – non si addiceva affatto al buio contemporaneo dell’esistenza di quell’uomo.
Eppure tutto gli faceva presagire che la passione resisteva indisturbata, divampando in lui come allora e sciogliendolo come cera al sole.
Cosa sarebbe successo dopo, però, non lo sapeva e neppure osava immaginarlo. A questo punto chiuse gli occhi; come se lui volesse ricordare o inventare su due piedi un futuro possibile. Per lui o per il suo ragazzo o per entrambi. Non riuscì a capirlo.

Purtroppo i sogni finiscono sempre quando uno si sveglia. Nell’attimo in cui il lampadario cade o l’aereo si schianta; o il treno deraglia; o il fulmine si abbatte; o la terra trema. O quando ti ritrovi con l’aids, senza neanche un segno di quello che era successo addosso.
Perché non avvisa nessuno prima che accada un disastro?
Perché? Urlò a squarciagola dentro di sé.
– Oggi si guarisce dall’aids – disse a voce bassa la dottoressa che lo visitava.
L’uomo rimase immobile, senza dir nulla. Gli occhi fissi in quelli di lei.
– Basta continuare a curarsi, a seguire la terapia giusta, ricordarsi di farlo, è come avere il diabete… – continuò lei.
E aggiunse: – Di aids, oggi non si muore. E allora cosa c’è di tanto triste?
L’uomo alzò lo sguardo su quella dottoressa che sussurrava dolcemente ai malati, da donna.
– Di triste, cazzo!, c’è una tale e ovvia bugia – pensò lui tra i denti.
Avrebbe voluto raccontarle la verità, a quella dottoressa che adesso gli sorrideva un po’. Dirle come stavano le cose veramente: la sofferenza che si spandeva dentro; quel dolore destinato a qualcosa di terribilmente brutto e il tempo che si fermava. Per sempre.
Quello che fece fu invece di girarsi lentamente su un lato. Allungò il braccio sinistro verso il mobiletto vicino al letto. Aprì uno dei cassetti ed estrasse il libro che stava leggendo. Lo aprì alla pagina dove era infilato un segnalibro. E iniziò a leggere; prima piano, soppesando le parole, poi sempre più forte, in un crescendo quasi concitato.

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono e inverosimili, uno se le porta addosso e basta! E vorresti non finisse mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del grande marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro e quell’altro invece sei tu. Alle volte basta un niente, anche solo una bugia che affiora. Basta quello!” (1)

Poi l’uomo alzò lo sguardo al di sopra di lui e rimase in silenzio con gli occhi fissi in quelli di lei, muti come pietre. E pensò:
– Tutto questo è ingiusto, la vita appare come un oceano mare che si confonde con l’orizzonte… C’è qualcosa di malato in tutto questo o è solo il grande amore che mi lega all’altro per l’eternità?

Quando la dottoressa uscì dalla stanza spingendo il carrello delle visite sembrò confusa. Lo sguardo assente.
In quel preciso momento all’uomo parve di vedere, nella penombra della stanza, l’irreale figura del suo ragazzo; stretto a un grande cuscino, in fondo al letto, che gli parlava.
Avrebbe potuto continuare così per sempre.
Allora si guardò il braccio, quello provato dai buchi delle numerose flebo, adagiato lungo il fianco destro. Quindi ritrasse lentamente a sé la mano, tenendola chiusa, come se ad aprirla scappasse tutto.
All’improvviso ebbe un gran voglia di vivere davanti al mare. E di osservarlo per giorni e giorni, seduto sulla riva di mille diversi posti immaginari del mondo. Là dove al tempo è consentito di fermarsi. Lo stesso mare, la stessa solitudine, gli stessi colori, gli stessi profumi, lo stesso silenzio.
Sorrise un po’. Era la prima volta. La prima.

Di là dai vetri, ora iniziava a imbrunire. E tutto sembrava adesso contribuire a ricucire gli strappi di una lunga giornata, ormai agli sgoccioli.
Ancora qualche giorno, una settimana, forse un mese o poco più, ma dopo lui sarebbe ritornato dal suo ragazzo. Perché il virus retrovirale che era in lui, li univa ancora maggiormente. Per l’eternità e oltre.
E lasciò finalmente che questo pensiero lo avvolgesse completamente. Quella notte e le altre che seguirono. Amen.

(1) paragrafo tratto da: Oceano Mare di Alessandro Baricco, Universale Economica Feltrinelli, agosto 2007

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