Metafora (6)

Si svegliò di soprassalto nel letto sfatto.
Si passò la mano aperta sulla fronte, e la ritirò umida di sudore; dopo averla guardata la sfregò sul lenzuolo.
Rimase lì nudo, per un lungo istante, con le gambe divaricate, le braccia abbandonate lungo i fianchi e gli occhi fissi al soffitto.
Sentì arrivare da lontano quell’ansia rotolante che non riusciva a decifrare.
A un certo punto lo vide di nuovo: sempre là, sulla parete di fronte.
Era una immagine falsa, lui lo sapeva; ma quel volto che vedeva distintamente, lo faceva impazzire e lo eccitava persino.
Guardami, sembrava dirgli. Voglio entrarti dentro, navigare nel tuo sangue. Voglio perdermi in te.

Dopo, il volto era dappertutto. Saltava da una parete all’altra, e ruotava vorticosamente per la stanza variando la velocità e producendo effetti di sfarfallamento stroboscopici.
Non aveva idea di come tutto questo potesse accadere esattamente. E non aveva neanche idea di come tutto questo fosse cominciato: era incapace anche a formulare solo una ipotesi plausibile.
Nel suo sentirsi male, era semplicemente sicuro che in qualche modo quel volto gli appartenesse. E saperlo lo consolava, gli dava sicurezza. Anche se una parte di sé percepiva che niente di quello che vedeva o sentiva stava capitando davvero nella realtà.
C’era però un grido prolungato, dentro, che non riusciva a uscire. L’invocazione, forse, di una qualche creatura annidata nel suo corpo. E l’immagine che adesso sfarfallava da una parete all’altra della stanza, sembrava aver trovato la frequenza giusta per comunicare con la creatura dentro di sé.

Tutto a un tratto percepì la paura in maniera nitida. Come non gli era mai successo. E per la prima volta ebbe davvero paura di sentire paura. Perché ora percepiva quel volto ostile, e voleva scappare. Sì, l’unica cosa che voleva era proprio andare via da lì. Voleva assolutamente fuggire!
Ma dall’angolo in cui il letto incontrava la parete, mano a mano che la sua apprensione aumentava d’intensità, vedeva la luce pulsante dell’immagine diminuire la velocità fino all’arresto apparente. E nell’attimo finale, vide addirittura quel volto incresparsi e farsi cupo, come se i tratti secchi e duri di una matita demoniaca fossero intervenuti a marcarne i contorni espressivi fino al grado estremo di saturazione, rendendo il tutto una orribile macchia scura.
Fu allora che il suo respiro iniziò a farsi di colpo affrettato. Le pareti iniziarono a inclinarsi su un lato e poi sull’altro, quindi a distorcersi lentamente per poi dilatarsi in modo direttamente proporzionale all’ansimo del suo respiro.
Finché sopraggiunse una scarica improvvisa per tutto il corpo, come se i neuroni della sostanza grigia del suo encefalo si moltiplicassero in modo eccessivo e rapido, spinti liberamente a farlo da quella potenza occulta che stava oscurando tutta la stanza.
L’urlo prolungato dentro di lui, adesso uscì.
Somigliante più a un sibilo incredibilmente poco umano, gli uscì mentre si contorceva ripetutamente come in preda a una forte scarica elettrica, e una quantità di saliva e muco iniziava a filare ai lati della bocca. Ebbe una rotazione all’indietro degli occhi, e rotolò giù dal letto.
La contrattura dei muscoli gli impedì di muoversi subito.

Dopo un breve periodo di incoscienza, che a lui parve interminabile, iniziò ad avanzare a tentoni nella stanza buia, come un pipistrello con i sensori sul corpo, e facendo con le mani tese un rumore di schiaffi.
Dio, quanto si sentiva male. Forse stava davvero per morire.
All’improvviso alzò lo sguardo verso la parete, al di là del letto, in cerca di un’ultima conferma al suo malessere.
Fu allora, in quel momento di apparente coscienza, che vide il sangue colare lungo il muro, impregnare il pavimento, e un rigagnolo giungere fino a lui.
Alcune gocce gli sporcarono le mani protese in avanti, quasi che, quel qualcuno invisibile e perverso che aveva compiuto quello scempio, volesse renderlo suo complice.
Rimase immobile a guardarsi le mani macchiate di sangue, e nell’attimo preciso in cui credette che la sua vita e la sua morte coincidessero in un assurdo gioco di specchi, rivolse un ultimo sguardo verso la parete.
Fu come ricevere l’ennesimo diretto allo stomaco: adesso era tutto normale.
Il suo cuore pareva esplodergli nel petto. Tuttavia riusci a tirarsi su aiutandosi con le braccia, e finalmente raggiunse a tentoni la porta della stanza.

Aprì la porta, rivolse un ultimo sguardo verso la camera da letto, e varcò la soglia.
Nel farlo si accorse con un brivido che dietro di lui le pareti iniziarono a inclinarsi per poi dilatarsi e sparire nel pavimento, trascinando il letto, i comodini, l’armadio e gli altri pochi mobili, richiudendosi come una ferita che per incanto si rimargina.
Tutto si perse nel buio, lasciando dietro il vuoto. E intanto lui diventava sempre più piccolo, sempre più piccolo, sempre più piccolo… fino a scomparire.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...