Eppure tutt’a un tratto si era chiesto perché era ritornato

Quando Aldo chiuse la porta alle spalle, Nino era lì disteso sul letto ad aspettarlo. Sembrava stesse così, nudo, appoggiato a quei cuscini da troppo tempo. Gli piaceva da morire quel corpo. Dio sa quanto lo eccitava. Del resto Aldo lo aveva sempre saputo e non aveva mai cercato di nasconderselo. Allora lo guardò a lungo, prima di riprendere fiato. Guardò con le palpebre semichiuse quella bocca rossa che aveva baciato tante volte e di cui conosceva il sapore perfettamente. La sensazione ch’egli avvertiva all’improvviso era confinata a ciò che avevano fatto l’ultima volta insieme. S’interrompeva in gola o poco più sotto. S’interrompeva soprattutto là dove iniziava il piacere di rivederlo in quella posizione. Del resto Aldo – se lo ripeteva dal primo istante ch’era entrato in quella stanza – non riusciva a immaginarsi niente di più eccitante.

Eppure tutt’a un tratto si era chiesto perché era ritornato. Che cosa l’avesse ricondotto lì. Di sicuro non voleva scoprirlo, perché sarebbe stato pericoloso. O peggio ancora, il saperlo gli avrebbe forse procurato la possibilità – anche se recondita o assopita in qualche angolo nascosto della mente – di pentirsi della sua scelta. Questa volta voleva evitare di finire per vanificare quel loro ritrovarsi a letto insieme. E poi, non voleva rischiare di perderlo di nuovo.

«E’ bello vederti» gli aveva detto alla fine, dopo averlo salutato con un leggero sorriso, seduto sul bordo del letto.

Nino lo aveva abbracciato. Aveva chiuso gli occhi e si era strusciato su di lui. Andrea aveva pensato che quell’abbraccio era una certezza, mentre la presenza dell’amico era sempre stata così precaria. Ma questo lo aveva pensato dell’altro anche Nino. Entrambi avvertirono invece che l’essere di nuovo insieme, in quella stanza d’albergo, era dannatamente palpabile e che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare la realtà di quel pomeriggio d’autunno inoltrato.

Eppure Andrea non riusciva a sgomberare la mente. Neppure adesso mentre l’altro gli era sdraiato accanto. Gli piaceva sentire il suo fiato addosso. Gli era impossibile non ammetterlo. Eppure lui non riusciva a liberare la mente. Si ricordava dell’ultima volta, circa un anno prima, dei propri allucinanti tentativi di fargli rispettare qualcosa. Ricordava di aver urlato a Nino di non aver ragione e che lui non si meritava di essere offerto in sacrificio al miglior offerente del momento. E anche se sapeva che Nino era stato un bastardo e che lui avrebbe dovuto fuggire in direzione opposta alla sua, fin dal primo momento in cui si erano incontrati, ugualmente egli era consapevole che non poteva e non voleva fare a meno di lui. Il tempo non l’aveva per niente protetto. Anzi, l’aveva spinto di nuovo a letto insieme. E non era esattamente come gli dicevano tutti i suoi amici, che dopo un certo tempo non si ci sentiva più coinvolti. Non lo era affatto. Ci sono cose che non si possono evitare.

«Come si può evitare di innamorarsi?» aveva sibilato Aldo all’improvviso.

E aveva osservato per un attimo l’amico poco più sotto, che gli abbracciava la parte inferiore del corpo. Stava tornando in lui quel rimescolamento del sangue. Si sentiva stanco di stare in guardia, stanco di percorrere sempre strade in salita. Adesso avrebbe voluto rotolare giù in discesa, sprofondare nel sollievo liberatorio del sesso. Nino era così per lui, un sollievo liberatorio. Una droga. E aveva lasciato che la visione andasse in dissolvenza.

Intanto Nino si era bloccato un istante solo ad osservargli il pube a pochi centimetri dal suo naso. Aveva avvertito quell’impulso che l’obbligava a farlo. Gli capitava spesso, durante il sesso con una persona che gli piaceva: doveva sospendere per un istante quello che stava facendo e stare ad ascoltare.

Aldo non emetteva suono. Gli appariva immobile. Allora Nino gli aveva annusato la pelle in quel punto. Aldo aveva avuto come un sussulto. E avevano capito. Insieme, ancora una volta avevano superato lo sbarramento e potevano finalmente tornare a respirare all’unisono. Così Nino si era stretto all’amico ancora più forte, con le labbre ben salde a quel corpo che amava più di ogni altro. Più della sua stessa vita.

Quando più tardi Aldo si era alzato per andare al bagno si era fatta un’ora indecente. Nino gli aveva detto di essere sfinito e di avere bisogno di dormire, ma al suo ritorno Aldo gli si era buttato addosso, ignorandolo.

«Sul serio, ho bisogno di dormire» gli aveva detto Nino, per la terza volta.

Aldo aveva detto niente. Allora Nino, con un gesto improvviso, gli aveva passato il braccio intorno e l’aveva avvicinato a sé. Lo aveva fatto in modo naturale, ma deciso. Aldo era rimasto colpito dalla spontaneità di quel gesto. O meglio, sorpreso da quanto bene ci si possa sentire a volte.
Nello stesso momento in cui l’amico gli aveva messo un braccio intorno alle spalle e l’aveva attirato a sé, in quello stesso momento Nino gli era diventato familiare. Nel loro rapporto fino ad allora lui gli era stato soprattutto indispensabile, una persona di cui non riusciva a fare a meno ma che lui non aveva, in nessun modo, capito. Ma adesso lo aveva proprio capito. Stretto dalle braccia di lui, adesso si era sentito finalmente al sicuro. E per un istante Aldo ebbe la strana sensazione di trovarsi accanto a un clone di se stesso.

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