Il mistero della boschina

[A mio nonno Angelo]

“Muore lento, quest’uomo, muore lento come se volesse gustarsela, sgranarla sotto le dita l’ultima vita che ha.” (da Oceano mare, A. Baricco)

A mio nonno Angelo, il padre di mio padre, piaceva stare davanti al fiume, in quel tratto di Po. Sentirlo scorrere nella sua lentezza estiva e annusare i profumi della boschina, quella nicchia di terra riparata del fiume e avvolta nel mistero.
Il fatto era che ormai mio nonno non ci vedeva un granché. Forse per l’età. Forse perché non aveva mai voluto farsi operare di cataratta che, prima all’occhio sinistro poi a quello destro, progressivamente gli aveva opacizzato quasi completamente il cristallino.
«Questa è la riva del fiume, il grande fiume» mi disse un pomeriggio. «È il luogo che ci fa esistere.»
Avevo appena compiuto sette anni. Non capii quello che volesse dirmi con “È il luogo che ci fa esistere”. Lo compresi più avanti, quando mio nonno non era più tra noi. E piansi quel giorno. Tra i pioppi bianchi della boschina.
«Allora ascolta bene, nano. Tu devi guardare dopo la boschina e quando vedi una petroliera, me lo dici. Capito, nano?»
Petroliere non ne vidi passare. Eravamo là da più di due ore. In silenzio. Si sentiva solo il rumore dell’acqua e il fruscio dei pioppi. All’ombra della boschina, un caldo pomeriggio di giugno inoltrato.
«Nano…» fa mio nonno, accendendosi una sigaretta.
Prima di morire, a mia nonna Angiolina aveva fatto giurare di mettere nella bara un pacchetto di Nazionali senza filtro e una scatola di fiammiferi svedesi insieme a una bottiglia di lambrusco, “ma di quello buono, mi raccomando” aveva aggiunto.
«Nano non fissare troppo. Rovina la vista. Per non parlare del resto. La senti dal rumore quando passa la petroliera.»
Non parlai. Rimasi in silenzio, per sentire prima il rumore della petroliera.
«Lo sai, nano…» continuò mio nonno dopo un bel po’, «che là in fondo nella boschina, tra gli olmi e le querce e i pioppi, ci abita il diavolo?»
Non risposi. Adesso per la paura, più che per avvertire il rumore improvviso della petroliera.
Il modo più veloce per scacciare la paura era quello di pregare, mi diceva spesso mia nonna. Ma io non le ho mai creduto. Mio nonno invece, da buon socialista, non credeva affatto nell’esistenza di Dio.
«Proprio lui, il diavolo» riprese mio nonno, con voce lenta e resa rauca dal troppo fumare.
«Veramente! Nano, il diavolo abita laggiù, nell’isola della boschina. Lo senti questo fruscio? Ascolta bene, nano, non aver paura. È lui, il diavolo, che fa muovere le fronde dei pioppi, cerca un’anima buona che vada a fargli compagnia. E quando non ne può veramente più, soffia forte e si mette a correre e a correre tra un pioppo e l’altro, su e giù per la boschina. Si mette a fare il diavolo!»
Io stavo in silenzio. Stavo lì con gli occhi aperti, a fissare mio nonno.
E lo ascoltavo parlare del fiume, del diavolo che non sa chi è e non sa se esiste ma sa che c’è, della vecchina che era andata a trovarlo con una barchetta remando tutta una notte ma non riusciva mai a raggiungere l’isola.
«Sai, nano» disse poi mio nonno. «Dove il diavolo mette un piede, zac, spunta un pioppo. Per questo sono tanti i pioppi che ci sono nella boschina. Sono i passi del diavolo. Uno più grande dell’altro. Senti il rumore dei passi tra i pioppi… Eh, lo senti, nano?»
Rimasi in silenzio, là a tendere le orecchie per sentire quella voce che mio nonno chiamava per nome.
Ma chi mai può chiamare, pensai, se l’unico rumore che mi giungeva era il fischio sottile e acuto del vento tra i pioppi. A me poi, la faccenda del diavolo piaceva niente.
«Mi fa paura, una cosa che non si fa vedere.»
«E di cosa?» rispose mio nonno.
Silenzio.
Dopo mio nonno si accese con uno svedese l’ennesima sigaretta. E disse:
«Vedi niente? Laggiù… eccola laggiù! Guarda bene, nano, la senti la petroliera?»
Smisi anche di respirare per un attimo, per sentire meglio, ma percepivo appena il sospiro del vento.
«Sospira sempre» aveva detto mio nonno un istante prima con stupore. «Sospira come se avesse sempre un peso sul cuore.»
«Il tempo vero, nano, sta tutto qui» aveva aggiunto quasi subito. «Tra questi pioppi, in questa boschina.»
Più avanti diventando grande, piano piano mi resi conto che cosa avesse voluto dire mio nonno, là quella volta e le altre ancora, con la storia del diavolo che non esiste ma che c’è e del tempo che gli dava affanno.
Il tempo che ci avvolge e ci sovrasta come la paura del diavolo. Il tempo senza tempo, quello che ci precede e ci segue; ma anche il tempo dell’umiltà, quello dell’ascolto. Il tempo che ci accompagna nei giorni. Il tempo della morte.
«Nonno Angelo?» dissi a voce bassa. «Ma ci rimaniamo tutto il pomeriggio, qua?»
Silenzio.
«Dài nano, adesso andiamo» disse mio nonno quando finì la sigaretta. Si aggiustò il cappello in testa. «La nonna sarà in pensiero. Ma non dire che siamo venuti in boschina, se no la sbraita

A me piaceva tornare a casa con la barca, verso sera. Remare insieme a mio nonno Angelo. Mi sentivo grande. E anch’io esistevo, perché era il fiume a volere così.
Ancora adesso, appena posso e quando ho bisogno di sentire che anch’io esisto per davvero, ritorno in boschina e guardo il fiume. Anche se ora è cambiato ed è un’altra cosa. A volte mi pare persino di sentire la voce di mio nonno Angelo che mi racconta ancora del diavolo, della vecchina e poi la voce del diavolo che “soffia forte e si mette a correre e a correre tra un pioppo e l’altro, su e giù per la boschina”.

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