E-mail de profundis

Fiction reale o reale finzione, questo racconto breve che ha origine da una mia recente rilettura di ‘De Profundis’ – Oscar Wilde mi perdoni – pretende e concede un atto d’amore assoluto, formulato come un addio senza ritorno. Il virgolettato è liberamente tratto dal ‘De Profundis’, e da me tradotto.

Dopo qualche minuto riprese a scrivere.
Le punte delle dita iniziarono piano a battere sui tasti come se le parole dovessero arrivare da chissà quale posto lontano dentro di sé; poi le dita iniziarono a muoversi in modo sempre più veloce; sembrava non riuscissero a star dietro alla chiarezza con cui i ricordi gli si affollavano in testa e alla velocità con cui diventavano parole.

«La nostra malaugurata amicizia è finita per me nella rovina. Tuttavia il ricordo del nostro amore mi tiene compagnia, e mi è di grande tristezza pensare che il posto dell’amore di un tempo possa venir preso dall’odio, dall’amarezza e dal disprezzo.»

Si bloccò, e rimase per un tempo indeterminato a fissare la lineetta segnaspazio che lampeggiava alla fine del punto. Lesse e rilesse quelle poche righe, e ancora una volta si sentì morire dentro. Poi riprese a scrivere.

«Forse eri molto giovane quando ebbe inizio la nostra amicizia, e io troppo vecchio per te. Ma il tuo difetto non fu mai di sapere poco della vita, bensì di saperne troppo. Ti eri lasciato da un pezzo alle spalle l’aurora dell’adolescenza, e passasti con passo veloce, quasi di corsa, dal sentimentalismo al realismo, e cominciasti ad essere attratto dal marciapiede e da chi lo popolava. È lì che ti conobbi, e questo fu il principio del mio male.»

Si bloccò di nuovo. Lasciò le mani sulla tastiera immobili, e rimase un attimo a pensare. La stanchezza gli fece socchiudere gli occhi. Per un momento brevissimo non capì dove fosse e perché. Dopo allungò in modo inconsapevole la mano destra verso il pacchetto di sigarette e l’accendino, e rimase sospeso con lo sguardo perso nel vuoto della mente. Tutto sembrava confermare un epilogo di disperazione. Poi aprì gli occhi, e standosene lì a fissare lo schermo del computer, sapeva che questo era uno di quei momenti in cui lui avrebbe voluto avere la forza di non cedere.
Già, la forza di non cedere…

«Mi rimprovero per averti permesso di prenderti la mia vita. Capisco, adesso, che per me fu umiliante. Tu non eri in grado di sapere, di capire. E io non avevo diritto di pretendere che tu lo fossi. I tuoi interessi non andavano più in là dei tuoi umori o dei tuoi desideri. Il tuo temperamento non esigeva di più»

Si lasciò andare sulla sedia, accese la sigaretta che teneva tra le labbra, e la gustò come fosse la prima della giornata. Poco dopo terminò la frase.

« o non credeva al momento di esigere di più.»

Guardò la stanza, e affogò la cicca nella tazzina schiacciandola nel fondo di caffè.
Là dentro c’era un freddo polare adesso, e sentì una punta di dolore che gli trapanava la testa, il cuore e poi il corpo. Si sentiva come congelato in una carota di ghiaccio, come se qualcuno gli avesse perforato il cervello per prelevarne un campione allo scopo di studiarne la struttura.
Di colpo intravide sulla scrivania la boccetta di vetro scuro mezza rovesciata che sembrava gettata via senza complimenti, un po’ più in là della tastiera, oltre il monitor. Le poche gocce fuoriuscite brillavano alla luce fredda del computer.
Gia, la boccetta…
Allora le dita ripresero a muoversi sulla tastiera in modo convulso.
Doveva assolutamente finire. Non gli restava altro tempo.

«Inoltre mi rimprovero senza scuse la mia debolezza, poiché si trattò soltanto di debolezza. La pretesa che io pagassi per tutti i tuoi divertimenti mi procurò, in breve, serie difficoltà finanziarie. Quella tua prodigalità insieme alla tua presa ostinata sulla mia vita si faceva sempre più forte, oltre ogni limite di gusto e di misura. Chiedevi senza vergogna, e prendevi senza riguardo. Avevi finito per credere che vivere alle mie spalle fosse un tuo diritto.»

Alzò gli occhi dalla tastiera per rileggere il periodo, e un lieve capogirò gli annebbiò la vista. Si appoggiò alla spalliera della sedia, e si passò le dita sugli occhi per cercare di mandare via quel senso di debolezza che stava prendendo il sopravvento in lui.
Aveva scritto e ricordato, e aveva ricordato e scritto con la certezza che una parte della sua vita si stava chiudendo definitivamente.
Appoggiò le mani sulla tastiera, e il ticchettare secco e breve tornò nella stanza a rompere il silenzio, come i secondi di un orologio a scandire il trascorrere del tempo.

«Ma soprattutto mi rimprovero per la totale degradazione morale in cui mi lasciai coinvolgere da te. La mia volontà era completamente succube della tua. Quelle continue scenate che sembravano per te una necessità fisica, e che distorcevano la mia mente e il mio corpo facendo di me qualcosa di terribile a vedersi e di te ad ascoltarsi. E poi l’assoluta mancanza di controllo sui tuoi sentimenti che manifestavi sia nei lunghi silenzi risentiti e imbrociati, sia nelle crisi improvvise di collera quasi epilettica.»

Di colpo sentì una bolla di acidità allargarsi nello stomaco e venire su fino in bocca, e frenò a fatica l’impeto della scrittura. Sentiva di essere sospeso a un filo. E dentro di lui una voce ostinata gli diceva che doveva assolutamente finire.
Già, finire…

«Nel tuo caso, era necessario rinunciare a te o a se stessi, non c’era alternativa. Ma tu ti eri impossessato del mio corpo, della mia forza di volontà, dei miei soldi, e pretendevi nella tua insaziabile ingordigia, la mia intera esistenza. E anche»

Squillò il telefono a lato del computer, e saltò sulla sedia.
Si fermò in tronco di scrivere ma non di pensare, e attese che il telefono smettesse di suonare. Dopo terminò il periodo lasciato in sospeso.

«di quella ti impossessasti.»

Sospirò nella penombra della stanza, illuminato appena dallo scampolo di luce che veniva dal monitor. Sollevò il viso dalla tastiera, e provò a girarsi verso il letto. Si trovò tutto indolenzito dalla posizione mantenuta per troppo tempo.
Aveva voglia di sdraiarsi, di chiudere gli occhi, e addormentarsi per sempre. Ebbe un brivido, e uno spasmo gli sconvolse lo stomaco. Ormai era alla fine.
Già, alla fine…

«Il mio errore non fu tanto di non averti lasciato, quanto di averti lasciato troppe volte, e ogni volta non avere mai troncato; per il mio bene non potevo far altro che amarti. Ma questa è la partenza senza ritorno, la separazione definitiva. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di sublime: il significato del dolore, e la sua bellezza.»

Senza ripensamenti spostò il mouse verso l’alto, e premette il tasto “invio”.
E la mail partì verso la rete infinita, verso quel computer, e non un altro, che l’avrebbe prima o poi catturata senza riuscire a modificare il suo estremo e definitivo significato di morte.

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