Là quella volta con la finestra aperta sulla notte calda

Lui era in piedi, nudo come un verme. Mi fissava con quello sguardo cui era impossibile sfuggire. L’avevo conosciuto qualche ora prima a una festa, in casa di amici. E adesso stavo per andarci a letto. Era più forte di me, ma in quel periodo accadeva sempre più spesso. Non di finire a letto con il primo che incontravo, di innamorarmi di sguardi come quello.

A volte non mi rendevo neppure conto di come stavano le cose, succedeva e basta. Era come perdersi in astrazioni e fantasticherie, succedeva e non potevo farci niente. Niente per impedirlo, intendo. Eppure il tipo conosciuto a quella festa, in un’atmosfera fumosa e circondato da una musica assordante, aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri; anche se, appena mi venne in mente, quella cosa mi parve subito di averla pensata già un sacco di volte. Eppure era così.

Intanto il tipo continuava a perforarmi con il suo sguardo, ammiccante e schivo a tratti. Uno sguardo a prima vista che abbracciava tutto ciò che si poteva abbracciare, che faceva star bene. Aveva un fisico da sballo, bello davvero. Anzi, di più!

Una pelle che faceva sentire la scossa solo a immaginare di toccarla. Allora la toccai appena con la punta di un dito, quella pelle, quasi a volerla sfiorare come avrei fatto sulla materia liscia e ben costruita di una statua greca. Ma lui, il tipo, era fatto di materia che pulsava attraverso i sensi, che emanava calore, emozioni, voglia di essere palpato, violato. Che desiderava trasgredire, contravvenire all’ordine diretto della morale.

Avevo solo una cosa in mente là, quella sera. Pensavo che era bello vedere di nuovo un corpo nudo. L’ultima volta che avevo fatto sesso era stato al buio e non avevo neppure potuto vedere in faccia la persona con cui lo facevo. E poi eravamo rimasti con i vestiti addosso, là in quell’ingresso, proprio a ridosso del portone.

Tutt’a un tratto il tipo mi ha messo le braccia sulle spalle e spinto delicatamente verso il basso. Mentre piegavo le gambe gli ho lanciato un’occhiata veloce. Non c’era violenza in quello che stava facendo adesso il tipo, con le sue mani tra i miei capelli, assecondando i miei movimenti. E questo suo spingermi verso di lui, lo interpretai come una richiesta maggiore di comunanza. Una volontà di divenire una sola cosa che pulsasse all’unisono. Tesi, insieme, verso il raggiungimento di un godimento che non fosse fine a se stesso ma andasse oltre il piacere di farlo.

Mi sussurrava di non smettere, quanto gli piacesse, m’implorava di continuare. Lo faceva con una dolcezza sconcertante, alla quale non ero abituato. All’improvviso ci siamo guardati negli occhi per un attimo. E là, nello spazio di un momento, ho letto in quello sguardo tutto il bene possibile. La scossa era forte. Era una sensazione meravigliosa, non volevo che finisse. Volevo che durasse il più a lungo possibile, volevo sentire di lui anche la sensazione più impercettibile. Volevo davvero che il piacere che ci stavamo procurando ci trascinasse verso gli abissi profondi della perdizione, verso l’invasione assoluta della mente. Verso il punto di non ritorno: misterioso, potente, magico. Gli ho dato un’occhiata e visto che aveva le palpebre socchiuse.

Là nella mia camera da letto, con la finestra aperta sulla notte calda di quel particolare giorno metropolitano di luglio inoltrato, stavo provando per la prima volta la netta, meravigliosa sensazione che fosse finalmente arrivato il mio turno. La sensazione che da tutto ciò avrebbe potuto nascere qualcosa. E ho sentito salirmi da dentro una vaga speranza, qualcosa di imminente. Qualcosa di meraviglioso. Qualcosa di unico. Forte e diretto.

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