Oltre il mare della vita

Il caldo saliva piano dal fondo della strada e tutt’intorno vi era un’afa insopportabile. Egli camminava ormai da ore a piedi nudi sull’asfalto rovente. Anche se non sapeva più dare un tempo a quanto gli stava accadendo. O meglio, immaginava qualcosa di simile allo spazio equivalente a tutta una vita o suppergiù. Di certo era però consapevole di una cosa, della stanchezza che lo stava schiacciando impietosamente.

 

Sì, si sentiva molto stanco. Il fisico non rispondeva più agli impulsi del cervello. La vista era annebbiata e, in un abbaglio continuo, ogni cosa gli appariva offuscata dai fumi di caldo che salivano dalla strada a intervalli regolari. E poi aveva sete. Tanta sete di acqua fresca. Sembrava proprio un miraggio nel deserto, un labirinto di ombre perduto sotto il sole abbagliante di quell’assurda giornata di luglio inoltrato.

All’improvviso si domandò se quello fosse un sogno. Un sogno irregolare quanto crudele. Uno di quei sogni cui era abituato, che narrano di storie strane, all’incontrario. E allora smise di camminare. Si guardò intorno. Ogni cosa gli appariva sconosciuta. Per la prima volta, si spaventò. Si spaventò a tal punto che, da un momento all’altro si mise a piangere. E gridò. Poi ancora più forte, proprio come avrebbe fatto un bambino. Perché lui lì, in quel momento, si sentiva spaventato come un bambino.
Era incredulo, però, non capiva. Non capiva come potesse essere in quel posto senza landscape, senza elementi veri ma solo spazi apparenti. Senz’ombra. Come in un videogioco senza più vite. Si guardò le mani, a cercare il jostik. Niente! Sgranò gli occhi: si augurò che da un momento all’altro ogni cosa potesse trasbordare dallo schermo di quel paesaggio metropolitano, ormai completamente offuscato, trascinandolo via con sé.

Doveva essere quel dannato computer che aveva cominciato a dare i numeri, pensò. Che si stava ribellando allo scrittore, vomitandogli addosso le stesse situazioni ch’egli inventava per soggiogare i lettori. Eppure non aveva bevuto né fumato, almeno nelle ultime ventiquattro ore, non più di quanto fosse abituato a fare, né poteva illuminarlo il ricordo di qualche circostanza che avrebbe potuto portarlo a questo. La sua mente continuava a ripetergli che quello che stava provando era impossibile, eppure stava accadendo. L’odore della morte era nell’aria, lo annusava, come prima della pioggia quello dell’acqua.

Ad un tratto pensò: “Cazzo, come nel libro!”
Però non poteva accadere sul serio. Egli non aveva mai creduto che potesse essere possibile. Eppure stava accadendo. E allora sorrise, di un sorriso per la prima volta nella sua vita non ironico.
Come il personaggio del suo libro si sentì alzare in volo e trascinare via dal vento caldo di scirocco. Si passò la lingua sulle labbra: le sentì salate ed umide. Allora comprese finalmente ch’era il tepore avvolgente della dissipazione quello che lo stava amalgamando alla morte, trascinandolo inesorabilmente lontano oltre il mare della vita.

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