Sognava che la neve bruciava

Da giovane che vuole arrivare sfruttando il suo intransigente individualismo e ha il coraggio di confrontarsi con il mondo, sognava che la neve bruciava.
In fondo che c’è di male – si chiedeva sempre più spesso – nel voler aspirare a realizzare la propria indipendenza e a costruirsi un futuro diverso? La formazione, si sa  è percorsa da tensioni, conflitti, sogni, passioni… la società intera lo è!
E il ragazzo non si aspettava dunque di trovare il calore del sole ogni mattina, anzi tutt’altro! Faceva spesso freddo dalle sue parti, e aggrottava le ciglia nella consapevolezza di tutto questo: il desiderio della perdita di una verginità ormai intollerabile, l’esplorazione della vita quotidiana che caratterizzerà la sua formazione di ragazzo, l’euforia di attimi di vitalità, la depressione mortificata ma non rassegnata di momenti di sconforto; e poi quella sorte di soffocamento che sentiva quando si guardava attorno e vedeva le persone opache, infelici, risentite.

Un giorno guardò fuori del finestrino del treno in corsa, e vide che ce l’avrebbe fatta. Si passò la mano tra i capelli corvini, e allungò il collo per vedere meglio; sì, ce l’avrebbe fatta! Nel suo modo di concepire le cose questa sensazione gli si rivelò relativamente familiare; ma non avrebbe potuto precisare senza un brivido per quale motivo e dove. Per un un momento il giovane ebbe quasi l’impressione di essere rimasto a terra, e peggio ancora a casa.
Dopo  essersi inumidito le labbra con la saliva, si gettò all’indietro sul sedile e cercò di scacciare l’inquietudine nel petto che lo stava avvolgendo in modo sottile ma insinuante. Inquietudine che solo più avanti negli anni capirà nella sua totalità – e sentirà la necessità di scriverlo nei suoi racconti come una vocazione che richiede un prezzo da pagare – e comprenderà dipendere da rapporti abortiti, negativi, di infelicità, di non comprensione, di non comunicazione. Allora il ragazzo strinse gli occhi come desiderando che un sonno finale invadesse il treno, il paesaggio, l’ondeggiare fastidioso della luce del giorno sul suo viso.

Quando scese a Milano sentì il proprio corpo contrarsi e dilatarsi con la stessa forza di quella stazione monumentale che lo stava schiacciando. Si fermò alcuni attimi a respirare con la pancia; gli sembrò quasi di svenire. Appoggiò lo zaino sopra una panchina, e vi sedette stordito. Allora comprese che per tutto il tempo del viaggio aveva continuato a desiderare che ci sarebbe stato qualcuno ad abbracciarlo alla stazione. Passò mezz’ora in silenzio lì seduto, finché si girò verso il treno che lo aveva portato fin là. Poi si alzò in piedi di scatto, s’infilò lo zaino sulle spalle, e prese d’istinto la direzione verso l’uscita.
Fin qui c’era arrivato, e gli sembrava splendido!

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