L’agnello che salverà il mondo

Siccome ha smesso di piovere decido di uscire. Non ho soldi per andare nella birreria sulla strada dietro l’angolo; facendo due conti, con quello che avevo in tasca l’altro giorno dovrei resistere due mesi tra l’affitto, i pasti e lo stretto necessario. Cammino in lungo e in largo finché non ne posso più. Il quartiere è quasi deserto, se non per poche auto sullo sfondo, mi chiedo dove siano spariti tutti quanti. A quest’ora di domenica mattina – dev’essere domenica – saranno ancora tutti a letto o forse la pioggia ha tenuto in casa le persone. Arrivo a uno di quegli edifici in fondo al viale, di quelli costruiti da poco, in vetro e acciaio. Mi fermo a guardarlo, ha la forma di una vela che si piega su un lato, potrebbe assomigliare a una grossa barca in balia del vento. Mi immagino lì dentro, sigillato in una stanza dietro a una scrivania davanti a un computer per otto-ore-al-giorno a soffrire di mal di mare, io che mentalmente faccio i conti di quanti soldi ho nel portafogli. Vaffanculo, dico ad alta voce. Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo.

Intravedo un cane che si avvicina, nero mi pare, che si aggira lentamente tra un lato e l’altro della strada annusando in continuazione e fermandosi ogni tanto a leccare l’asfalto bagnato. Forse ha sete, o forse ha fame, o forse entrambe le cose. Come me, del resto, che non mangio da giorni. Un pasto decente, intendo. E non quelle schifezze che racimolo qua e là come e quando riesco per abitudine. Ho voglia di un petto di pollo con patate al forno nella birreria sulla strada dietro l’angolo.

Ho venticinque anni e credo di averne il doppio. Il doppio. Non so che cosa sto aspettando mi succeda in questa città, in questa domenica mattina di aprile. Voglio incontrare qualcuno. Fermarmi e fare due chiacchiere. Soltanto due chiacchiere. Non voglio altro. Il cane di prima, che adesso mi è a pochi metri di distanza, sembra averlo capirlo. Si accuccia. Mi osserva, e aspetta. In un’altra vita devo essere stato un cane, ne sono certo. Mi controlla e scodinzola. Mi avvicino e mi guarda avvicinarmi. Sul muso ha un’espressione dolce. Mi piego sulle gambe e arrivo alla sua altezza. Lo sfioro appena sotto la bocca con il dorso della mano. Mi lascia fare. Annusa il mio respiro. Cerca di afferrarlo con la lingua.

Io riprendo a camminare, il cane inizia a seguirmi. A distanza, ma con una certa attenzione. Mi fermo. Si ferma. M’avvio. Anche lui si muove. Sono conquistato da quello che sta accadendo, e lo sembra anche il cane, da questo essere inseguito con la strana sensazione di inseguire, che probabilmente non ha occhi o orecchie o naso per nient’altro che non sia io e la scia del mio odore e le vibrazioni, anche dolorose, che ci stiamo trasmettendo.

Percorriamo il viale lentamente, in tutta la sua lunghezza, fino alla rotatoria che lo separa dal grande piazzale del capolinea degli autobus. Qui mi fermo. Il cane mi si accuccia vicino di nuovo. Alza il muso, e mi guarda. Gli sorrido. Gli passo la mano sulla testa e gli accarezzo il pelo, lucente e nero. Adesso ho modo di vedere il colore delle pupille dei suoi occhi che mi fissano, e lui le mie. I nostri cuori sembrano battere all’unisono. Lo percepiamo. All’improvviso sopraggiunge un autobus e la vettura si ferma con un leggero stridere di ruote. La porta anteriore si apre davanti a noi con un soffio pneumatico. Il cane ha un gesto istintivo di ripulsa. Lo trattengo a me.

Alzo lo sguardo. Sull’autobus non c’è nessuno. Dopo qualche secondo la vettura riparte e si perde uscendo dalla rotatoria lasciando dietro di sé il viale grigio e l’asfalto bagnato di pioggia, e in me come la sensazione di una ferita che per incanto si sta rimarginando. Lentamente. Ho bisogno di credere che sia cosi.

Riattraverso la strada e mi incammino con passo calmo verso casa, e il cane al mio fianco.

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