Mettiamola così, si vous voulez vraiment…

Mettiamola cosi, ho perso tutte le forze. Strano come a volte nella memoria non sia possibile recuperare i lineamenti delle persone che abbiamo amato un tempo. Seduto sul marciapiede osservo la strada vuota, alle quattro del mattino, sprofondato in quest’assurda città dimenticata da dio. Conto i secondi che mi separano dalla fine, desidero che questa notte sia la fine. La fine di tutto, di me di te del nostro stare insieme che ormai è putrefatto come cibo in scatola andato a male. E sento i brividi del tempo. Non importa, penso. Non ho fretta, penso. Ormai tutto è già accaduto, e metto giù.

Doveva andare a casa, e alla svelta

Senza nome 1

La luce del primo pomeriggio

la luce del primo pomeriggio

Quella volta là con la nebbia fuori

Senza nome 1

L’urlo

C’era qualcosa che non andava. Qualcosa di profondo. Una specie di urlo ricorrente che da dentro, da un punto nascosto dell’anima, a volte usciva strisciando lungo l’intestino per fermarsi in gola.
Un gesto sbagliato, un sorriso di troppo, parole dette e non comprese, uno sguardo imperfetto… E ogni volta quell’urlo si strozzava lì.
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L’agnello che salverà il mondo

Siccome ha smesso di piovere decido di uscire. Non ho soldi per andare nella birreria sulla strada dietro l’angolo; facendo due conti, con quello che avevo in tasca l’altro giorno dovrei resistere due mesi tra l’affitto, i pasti e lo stretto necessario. Cammino in lungo e in largo finché non ne posso più. Il quartiere è quasi deserto, se non per poche auto sullo sfondo, mi chiedo dove siano spariti tutti quanti. Read More

Siamo noi, e niente altro!

Ci trasciniamo da ore ormai stanchi di falsi echi di esistenza, per quartieri sconosciuti di questa città immaginaria, in quest’alba di un nuovo giorno tutto da inventare.
Loro credono in un Dio che verrà di certo – loro ne sono consapevoli più di quanto le verità stanno strette – io dovrei credere che sia già venuto. Già, tra queste strade sconosciute, tra gente sconosciuta che parla una lingua a me sconosciuta, che si muove a gesti sconosciuti, che ammicca a sguardi sconosciuti. Read More

Non riusciranno a clonarmi

Esco che è sera tardi. Appeso all’attaccapanni vicino alla porta di casa, noto il soprabito beige di mio padre. Mi rendo conto di come sia difficile andare d’accordo con uno che indossa un soprabito, e beige oltretutto. Infilo al volo il mio bomber nero, e sbatto la porta.
Mi piace farmi notare, mi piacciono queste uscite un po’ teatrali, anzi tolgo il po’. Scendo le scale di corsa, e intanto mi sono già infilato tra le labbra la “rossa”, ma come sempre mi manca d’accendere. Read More

Il laghetto dell’acero rosso

All’improvviso avvertii una specie di ondata di malinconia, qualcosa di indietro nel tempo. Succedeva spesso, soprattutto nei momenti nei quali sentivo essere più fragile. Qualcosa di simile a un languore che dal fondo dello stomaco saliva su fino in gola, e poi si strozzava lì quasi a soffocare il respiro. Quasi sempre doveva piovere e, infatti, il cielo scuro oltre le siepi segnava l’avvicinarsi di un temporale. Read More

Il prolungamento di me

C’era qualcosa di sorprendente in lui. La sua arroganza, quel modo di porsi in trincea, attaccante e mai terzino, queste cose insieme e la sua sconsideratezza lo rendevano unico e perverso. Amavo il suo modo di prendermi, gli occhi stretti da gatto, il sorriso largo che strangolava. Mi sentivo sparato, volevo essere sparato, solo da lui. Da allora ho iniziato ad odiare le persone che si piangono addosso, seguendo spesso quel suo fiato che odorava di successo mi trascinavo dietro i pensieri carnali che spruzzava nell’aria come un segugio corre dietro al padrone. Read More