Non merito niente di te!

Non merito niente di te!
Il tuo respiro sussurrato
tra le pieghe dei nostri corpi
sudati e persi nei pochi sguardi smarriti;
il tepore della tua pelle
di questa notte che odora di noi
e di vigneti intrisa.
Non svegliarmi domani o meglio sì,
solo se il lago ha
odore calore e sapore…
di noi!

Mi sono perduto

Mi sono perduto
tra i meandri della mia inquietudine,
e ora cerco conforto
tra l’abbandono del tuo corpo.
Smorza i colori, per favore.
Fragili le ombre,
di questo nostro stare insieme
in punta di respiri, nella pallida notte
che già bussa ai tuoi occhi.

E io tutto questo tempo

E io tutto questo tempo

a crederti, insensato,

al mio desiderio incatenato.

Ma altro tu preferivi,

e molto aperto e mai ritroso,

facevi della tua rosa

generoso dono agli angoli della strada.

Quello che amo

Quello che amo

è racchiuso nella tua mano,

nel tuo sguardo insolente

e nel frusciare del tuo respiro,

in quella ruga sottile

amara di pianto,

nell’abisso dei tuoi occhi

profondi come il mare,

nelle conquiste dolenti

e nelle bugie sussurrate,

nel buono fragrante

tra le pieghe del tuo corpo.

Quello che amo

sa tutto di te,

pur se in noi m’inciampo.

Quando scegli d’amarmi

Quando scegli d’amarmi
sveglia la notte,
e lascia che l’alba ci trovi
ora sudati ai sensi
del mio totale essere tuo.

Il fatto è che io… mi sto innamorando

– E così l’hai fatto – gli dice semplicemente.
– Fatto cosa?
– Dài, m’hai capito… con lui, l’altra sera.
– Chissà perché tutti s’interessano ai cazzi miei – dice. E si accende una sigaretta quasi subito.
– Allora l’hai fatto o no? – replica schiarendosi la voce.
– (…)
– Cazzo, l’hai fatto!
– (…)
– Sbaglio o è tutto… inutile! La certezza che non c’è nulla da fare o da pensare. Adesso ti senti terribilmente stanco, stufo di arrovellarti e di torturarti. Di’ qualcosa, cazzo!
– No! – dice semplicemente.
– Ma ti rendi conto? Merda! – Sta un attimo in silenzio, tira su col naso, si agita intorno al letto, poi riprende: – Bene, ora, se non ti spiace, vorrei farti una domanda.
– Vieni qui nel letto vicino a me… – e gli fa un cenno con la mano.
Lui rimane immobile al centro della stanza, abbozza un sorriso. – Come diavolo… – gli scappa detto. – Come diavolo pensi che possa passarci sopra?
– Fa’ come credi – taglia netto godendosi lo stupore dell’altro.
– Ti è piaciuto almeno.
L’altro scoppia in una fragorosa risata che dura cinque minuti buoni. – Su, vieni qui… – gli dice dopo, e indica di nuovo lo spazio vuoto vicino a sé sul letto.
– Vedi, il fatto è che io… – aggiunge a bassa voce. – Il fatto è che io… mi sto innamorando.

La luce del primo pomeriggio

A lui piace sedersi all’ombra di quel vecchio cipresso, soprattutto nelle afose giornate di luglio inoltrato quando la terra scotta e l’acqua è brodo per topi. Ci viene per ricordare, per quello strano e recondito desiderio di ricordare l’altro che ora non ha più. E tutte le volte che si siede su questo loculo di pietra d’ardesia, gira la testa dalla parte opposta chiudendo lentamente le palpebre.
Lui è giovane, e anche bello. Di quei belli che possono piacere sia agli uomini sia alle donne, quelli che hanno dalla loro lo splendore della resurrezione nello sguardo. Lui è tutto, tutto meno il dolore di un ragazzo estraneo. E quando è qui, e con quel fare leggero accarezza la lapide e si specchia negli occhi vitrei di quell’immagine di ceramica, lui capisce e sente allora l’interezza della propria vita abissalmente separata dai grandi accadimenti del vivere e del morire.
Lui è già morto. E risorto. In quegli occhi. Per tutto questo maledetto tempo passato senza l’altro. Il suo stare male al mondo o il suo essere felice, il suo vagabondare, tutto si è svolto e si svolge nella polvere azzerante del palcoscenico della vita. In un teatro vuoto di spettatori paganti.