Anatomia di un amore

Alex continuava a rigirare nella mano la foto con il volto di Riky. Più la osservava e più vedeva in quegli occhi la profondità del mare. Poi all’improvviso vide se stesso. Erano come due soldati in quella foto, sopravvissuti al campo di battaglia, troppo esausti anche per lamentarsi. Insieme avevano superato lo sbarramento, e come per miracolo stavano ancora respirando la stessa aria che profumava di salsedine. Dovevano continuare. Sì, dovevano! La sensazione sarebbe ritornata, prima o poi. Qualche volta bisognava aiutarla, si disse Alex, passandosi la lingua sulle labbra carnose e umide, come per ravvivare attraverso quel gesto il sapore dell’amico.

E fu proprio in quell’attimo impercettibile in cui la mente rimane lì sospesa nello spazio di un istante, che lui si rese allora conto che non avrebbe mai potuto accettare che tutto sarebbe potuto finire un giorno. Anche se l’amico gli parve adesso come l’immagine sfuocata di un ricordo lontano nel tempo.

Eppure solo sei mesi prima Alex si era ritrovato nel bel mezzo della notte ad aspettare Riky sulla panchina in fondo al lungo marciapiede del binario 17 della stazione centrale, con quell’ansia incredibile dentro che solo chi è innamorato sa cosa significhi. Poco prima l’amico lo aveva chiamato, svegliandolo con quel suo accento meridionale che lo inteneriva, per dirgli che stava arrivando da lui, a Milano. Più tardi nel salutarsi, Riky gli aveva sorriso ed Alex lo aveva baciato sulle labbre rosse che sapevano di mare e salsedine. C’era un’aria di puntualizzazione e di chiarimento, come in una vecchia coppia che improvvisamente avesse compreso la priorità del proprio rapporto, cosa sarebbe durato e cosa no. E scesi dal taxi avevano camminato a lungo senza una meta, solo per il gusto di appartenere l’uno all’altro in quella notte afosa di luglio metropolitana, Riky sempre aggrappato al suo braccio, finché erano arrivati al portone di casa.

A pensarci bene, ad Alex forse quella poteva essere ricordata come l’ultima volta in cui aveva sentito Riky così vicino.  Lui ricordava ben poco adesso di quello che era venuto accadendo tra loro. Gli veniva alla mente solo qualcosa che aveva a che fare con cose come il tradimento e la lealtà, oppure ne prendeva in considerazione altre che gli sembravano piuttosto fuga e negazione insieme.
Ma Riky, in questo, non era diverso da tanti altri ragazzi. E Alex preferiva sopportare venti anni di infelicità che dieci minuti di disagio con lui. In sostanza era consapevole di quanto grande e insopportabile fosse l’amore per il suo “terroncello”, anche se lo amava e lo avrebbe sempre amato, e proprio per questo non poteva farne a meno. L’altro era per lui come per il drogato la dose quotidiana sparata in vena lentamente, la fattanza di uno sballo cercato, voluto e trascinato fino a schizzare.

Appena giunti nell’appartamento all’ultimo piano di questo antico palazzo nel centro storico di Milano, Riky ebbe un attimo di sbandamento dallo sfarzo e ricchezza che esalava inaspettatamente da quella casa: indugiava sulla porta della camera di Alex, come se entrare avesse significato per lui rinunciare definitivamente alla propria salvezza, anche se era consapevole che se voleva tendere verso quel riscatto che desiderava e per il quale era giunto fino a lì, doveva varcare quella soglia.
Era immobile ora, davanti ad Alex, ma l’inquietudine vibrava nel suo corpo. Era come il mare dalle sue parti, in una notte di bonaccia, buio e calmo. Ma non tranquillo. Lui lo amava talmente tanto il “suo bianco angelo del Nord”, eccome se lo amava. Eppure…

“Non entri?” esordì allora Alex, gettandosi sul letto ancora vestito, quasi intuendo i pensieri del suo “scricciolo”. Riky allora scostò il ciuffo di capelli color miele d’acacia e alzò lo sguardo verso l’amico, e senza distogliere i suoi grandi occhi color verde smeraldo si avvicinò al letto sedendosi di lato.
Qualche istante dopo i loro corpi nudi erano aggrovigliati in un abbraccio di quelli che tolgono il respiro, come l’affanno e l’ansimo dopo una corsa.  Alex nutriva per quel suo “terroncello” dalla pelle olivastra un desiderio mai provato prima: un desiderio che saliva da dentro, dal punto più recondito dell’anima. E Riky lo percepiva appieno, in tutta la sua forza. Lo percepiva dal calore delle carezze sul proprio corpo, dalla intensità dei baci, dal contatto delle labbra sulle sue, dai brividi sulla pelle umida che aderiva al corpo dell’altro. Tutto era immobile nella stanza, silenzioso, sospeso ad osservare i loro gesti e ad ascoltare i loro ansimi. Il desiderio che adesso i due ragazzi esigevano l’uno dall’altro esplodeva piano piano, come un rumore sordo e indistinto che prendeva sempre più consistenza fino a diventare assordante.

Tutt’a un tratto Alex si disse che niente e nessuno avrebbero potuto spezzare quell’equilibrio di desideri e passioni che stava crescendo in loro, né lo scorrere della vita fuori di quella stanza avrebbe potuto in alcun modo indebolire o annullare l’ardore con il quale adesso loro due si stavano amando, aggrovigliati sul quel letto che sapeva d’estate, di sole e di mare. Sapeva di tutte le cose più belle del mondo, sapeva di loro.

Ed è proprio in quell’attimo prima dell’orgasmo in cui la coscienza è sopita, tacitata e repressa, in cui l’uomo percepisce l’imminenza dell’eiaculazione e sa che qualunque cosa accada non riuscirà più a fermarla, proprio in quei pochi secondi prima ad Alex parve di sentire dentro di sé la propria voce ovattata pronunciare, prima lentamente e poi piano piano sempre più convulsivamente, queste parole di una famosa canzone del Liga: “Credo nell’amore che ti consuma e ti spacca il cuore. Credo nell’amicizia, quella vera e forte. Credo nei litigi e nei vaffanculo urlati al mondo. Credo al sole dopo la tempesta. Credo negli abbracci che ti tolgono il respiro e nei baci che ti accarezzano la carne. Credo al sesso, quello violento che ti fa sentire vivo e credo nelle persone che ti sanno far vibrare l’anima…

Sì lui sì! Lui adesso avrebbe creduto per sempre nel suo scricciolo dagli occhioni color smeraldo.

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